I buoni siamo noi
“La storia siamo noi, attenzione, nessuno si senta escluso.”
Così cantava Francesco De Gregori, con una verità semplice e scomoda: non esiste spettatore innocente.
Ognuno di noi, anche da lontano, anche nel silenzio, contribuisce a scrivere la storia.
Che storia stiamo scrivendo?
Con i nostri silenzi, le nostre opinioni a metà, le nostre notizie scrollate in fretta… che storia stiamo costruendo?
Mentre il Medio Oriente brucia, mentre si moltiplicano le vittime, si sgretolano anche i significati delle parole: giustizia, libertà, diritto, pace.
Questo articolo non vuole dare risposte, ma fare domande.
Perché la storia, oggi più che mai, non è qualcosa che accade altrove.
La storia ci riguarda. E noi, nel bene o nel male, ne facciamo parte.
Ma la domanda è come.
Come vogliamo farne parte?
Vogliamo stare con i buoni o con i cattivi?
Ma… chi sono i buoni e chi i cattivi?
La risposta, ahimè, è scontata: i buoni siamo noi.
Siamo noi, e tutti coloro che ci somigliano, che sentiamo più affini alla nostra idea di società.
E poco importa se alcuni dei nostri, in realtà, sono lontani anni luce dai valori per cui ci siamo battuti nei secoli.
Basta che la narrazione li presenti come “uno di noi”, e diventano automaticamente “i buoni”.
Gli altri?
Quelli che non capiamo, che ci sembrano diversi, culturalmente, esteticamente, linguisticamente…
quelli sono i cattivi. Sempre.
E invece…
Basterebbe aprire gli occhi per vedere, dopo i terribili eventi del 7 ottobre 2023 — che tutti abbiamo giustamente condannato — la sofferenza di una popolazione costretta a morire di fame, a venire bombardata un giorno sì e l’altro pure, colpevole solo di essere nata palestinese.
Basterebbe un po’ di coerenza per dire le cose come stanno:
ciò che sta facendo il governo israeliano, con il tacito sostegno degli Stati Uniti, ha tutte le caratteristiche di un genocidio, come denunciato da numerose organizzazioni internazionali.
Sì, fa male dirlo.
Ancora di più riconoscerlo, quando a compierlo è un popolo che ha conosciuto sulla propria pelle cosa significa essere discriminati per la propria etnia.
E forse fa ancora più male perché quel popolo ci somiglia, e ci viene più facile identificarci con lui che con chi ha caratteristiche socio-culturali lontane dalle nostre.
Ma tacere significa diventare complici.
È come se fossimo noi, in qualche modo, a bombardare quegli ospedali. A distruggere quelle scuole.
A lasciare morire quei bambini sotto lo sguardo di genitori che hanno perso ogni speranza.
“È la gente che fa la storia
quando si tratta di scegliere e di andare,
te la ritrovi tutta con gli occhi aperti
che sanno benissimo cosa fare.”
— Francesco De Gregori
La speranza è proprio questa:
che sappiamo andare dalla parte giusta.
Come tenta di fare gran parte del popolo israeliano,
manifestando — fin dove gli è concesso — il proprio dissenso di fronte all’accanimento feroce di un tiranno in giacca e cravatta.
I tiranni, oggi, si eleggono
Eh già. Perché anche i tiranni, oggi, vengono eletti.
Basta guardarsi attorno per capire che mai come oggi la democrazia è in pericolo.
Sempre più leader, saliti al governo col voto, si spingono oltre i limiti del mandato, cercando di trasformare consenso in controllo.
E così, mentre nel mondo regna il caos,
ci ritroviamo con l’esercito nazionale schierato contro i manifestanti,
immigrati ammanettati e incarcerati come i peggiori criminali,
in attesa di essere rispediti al mittente.
E nel frattempo?
Invece di condannare questi episodi, siamo impegnati a votare campagne di riarmo per difenderci da un ben disegnato spauracchio russo.
Condannare l’invasione dell’Ucraina non significa ignorare il cinismo di un Occidente che alimenta il conflitto più di quanto lavori per la pace.
Così procediamo a riempire le casse americane con questa folle corsa agli armamenti, che mai, mai, ha portato bene nella storia.
Il periodo che ha preceduto la Prima guerra mondiale dovrebbe insegnarci qualcosa in merito.
Con una differenza: allora ci si riarmava in vista di una guerra che sarebbe arrivata, prima o poi.
Noi, oggi, abbiamo anche una data di scadenza.
E tu, da che parte vuoi stare?
La storia siamo noi.
E allora, a quale storia vogliamo appartenere?
